TRASHZAPPINGPIXEL

Silvana Annicchiarico
Milano maggio 2004

Bisogna partire dal titolo per cercare di capire la logica progettuale che anima e governa il nuovo racconto visuale di Antonio Barrese. Meglio: per cercare di capire le diverse logiche che si intrecciano e si sovrappongono nel processo di messa in forma con cui Barrese «lavora» il suo racconto e ne fa una macchina celibe di pluristratificazioni semantiche e di cortocircuiti comunicazionali.
TrashZappingPixel non è soltanto un’operazione di iconizzazione della scrittura. Non è solo una risposta alla crisi del paradigma logofonocentrico elaborata riattivando quelle esperienze di visualizzazione del verbale che — in modi e in forme diverse, dal Futurismo a Apollinaire, da Emilio Tadini a Toti Scialoja­— attraversano tutto il Novecento. Barrese fa qualcosa di diverso, di più radicale: mescola i codici, altera le relazioni fra i canoni percettivi, obbliga il lettore (ma lo si può ancora chiamare così…?) a mettere in discussione la propria identità (e le proprie competenze acquisite) per aprirsi a nuove pratiche di percezione, di fruizione e di produzione del senso.
Vediamo innanzitutto le logiche che si intersecano nei processi di visualizzazione del racconto. Ognuna delle tre parole–chiave del titolo ne genera una. Trash (il nome del protagonista) evoca subito la logica dello scarto e del riuso: Mister Trash è un «individuo senza qualità» che galleggia fra gli scarti, i rifiuti e il pattume della società mediatica, che si nutre di immondizia segnica, di artefatti scaduti, di linguaggi putrefatti nella loro smania di ipersignificazione. Che poi lo scenario comunicativo in cui è immerso sia fatto tutto e solo di scarti e rifiuti non fa che rendere ancor più totalizzante il suo destino di uomo–spazzatura.
Lo zapping è la modalità dinamica con cui Mister Trash si muove nella galassia satura e gonfia della comunicazione: la logica del salto è il suo codice più evidente, come se il personaggio vivesse in un regime di surfing ininterrotto sul flusso dei rifiuti mediatici e procedesse da un’onda all’altra per stacchi netti e bruschi «déplacements». Infine, i pixel come oggetto degli incontri ravvicinati della flanerie mediatica di Mister Trash: la logica dello scarto e quella del salto confluiscono nella logica del simulacro, e implodono in essa. Mister Trash non incontra nulla. Nulla che non siano ombre sintetiche, miraggi numerici, fate morgane del gran circo elettronico. Nulla che non sia la visualizzazione di una scrittura che ci dice il suo implodere nel grande nulla dei media contemporanei, nel loro vuoto, nello iato infinito che si apre fra l’ipertrofia dei potenziali canali di comunicazione e il vuoto di senso da comunicare.
L’aspetto più geniale dell’operazione di Antonio Barrese — quello che sottrae il suo gesto creativo al rischio di risolversi nell’ennesima e sterile querimonia apocalittica sullo status mediatico della contemporaneità ­— sta nella lucidità e — insieme ­— nella radicalità con cui le tre logiche che governano l’impianto diegetico dell’azione si trasferiscono e si riattivano anche nelle forme con cui il racconto viene visualizzato. Mister Trash è cioè un esempio di scrittura visuale che assume la stessa forma di ciò che comunica e racconta. Non c’è scarto, fra segno e senso: l’uno si identifica con l’altro, respira in esso, e in esso si risolve. Barrese, insomma, mette in forma un poema visuale in cui l’oggetto del racconto (la visione) coincide col linguaggio che è chiamato a dire e a narrare il proprio oggetto. Mister Trash — il personaggio ­— non a caso porta gli occhiali. La protesi visiva è più grande del suo volto. È un eye man, un uomo occhio, un io–sguardo. Fin dalla prima pagina (pagina?) sta in dissolvenza incrociata con se stessa, è la sovrimpressione di sé medesimo. Ovunque guardi, ci guarda. Guarda noi, non il televisore acceso al suo fianco, su cui scorrono le immagini trash del gran bazaar dell’advertising e dei «consigli per gli acquisti». Forse perché non c’è differenza? Perchè siamo noi il vero televisore? Noi il trash che il protagonista sa a sua volta di essere? Immerso in uno spazio pan–scopico in cui perfino un dentifricio si chiama Bellosguardo e ha la silhouette di un occhio come logo, il racconto–visione di Antonio Barrese ci chiama in causa, ci interpella, obbliga anche noi a praticare e a sperimentare sul piano percettivo quelle tre logiche dello scarto, del salto e del simulacro che guidano l’azione del personaggio e l’articolazione della scrittura. Anche noi, leggendo (leggendo?), operiamo per salti e scarti, e non possiamo non chiederci cosa siano (e cosa ci sia dentro e dietro) i simulacri che intercettiamo. Il fatto è che Barrese rompe la linearità sequenziale della scrittura e della lettura. Parole e frasi si compongono architettonicamente. E la sua lingua di pittogrammi trascina anche il nostro sguardo in percorsi inusuali. Non più sguardi sequenziali, ma occhiate veloci. Saltando qua e là. Navigando fra i segni. Intercettando la loro incombenza. Scavando, frugando. Scoprendo che a volte il sensibile non coincide con il sensato (la frase «per un attimo capisce» di pagina 3 è la meno visibile di tutte…), e che il non–visibile è spesso necessario per dar senso al visto e al visivo. Per questo, come in certe composizioni della videoarte, Barrese opera sulle immagini attraverso montaggi verticali: il volto di Mister Trash scomposto in esagoni a nido d’ape che si sollevano a fisarmonica svela ciò che il visibile nasconde. Radiografie craniche, dati pupillari, spirometrie, panoramiche mandibolari: se è vero che Mister Trash «ha qualche problema con l’interiorità» l’affermazione non va intesa in senso meafisico quanto piuttosto in senso fisico. Barrese lavora sulla matericità segnica dell’interiorità. E quando l’identità di Mister Trash «si scioglie nello sciroppo del mondo che si agita dentro lo schermo» noi ormai sappiamo&capiamo che quel collage di frames post–warholiani — tutti apparentemente diversi, eppure tutti così desolantemente uguali ­— è ormai l’orizzonte ineludibile e totalizzante dei nostri percorsi di percezione visiva. L’unico atto politico possibile è rompere quella piattezza, è bucare la melassa: magari con una lingua grottesca che si protende verso il fuori, e si fa lingua/linguaggio; spiraliforme e avvolgente, ed erutta come un’escrescenza, un nuovo fiore di carta e di carne, che buca il brusio e il chiacchiericcio di parole mute e di immagini tutte uguali. C’è una differenza di fondo fra le immagini e il visuale: le prime hanno bisogno di un fuoricampo, il secondo lo nega. Il visuale (quello televisivo/pubblicitario) è un campo chiuso che pretende di assorbire tutto il visibile, e di cancellare il dubbio che esista qualcos’altro al di fuori di sé. Mister Trash rompe la corteccia dura di questo visibile e riconduce la sua polpa al territorio delle immagini: là dove c’è sempre un fuoricampo da esplorare, e la necessità di uno sguardo che sappia dare senso anche a quel che non si vede.